13.3.15

DOMANI, SEMMAI, CORREGGO IL MENU

Mio zio pensa che sì, la vita è diventata uno schifo ma è comunque meglio di un bunker e delle sardine. In un bunker non c’è questo momento, il momento in cui, come in altri pochi momenti della giornata, la luce filtra i palazzi e i cavi della luce, i panni stesi e le scale che non si capisce dove finiscono. In un bunker non c’è questo momento infinto, il momento in cui tutti si fermano a guadare e le lampadine si spengono. Pochi attimi e tutti ricominciano a camminare, a fare a spallate con la gente a testa bassa e a evitare le pozzanghere. Mio zio guarda la gente che cammina e fuma. Mio zio, come al solito, è arrivato in ritardo. Sei in ritardo dice lei. Non importa, non sembra nemmeno che io mi stia recando al lavoro, pensa, nessuno lo direbbe, la divisa non è più bianca da un pezzo e sa di oppio. La tua divisa sa di oppio lo sai? Sì lo so, ehm, come hai detto che ti chiami? Vabbè, non importa, quanto avevi detto di volere? Vabbè, non importa, adesso devo andare e forse non ci rivedremo mai più. Lo dice come ogni volta. Mio zio guarda la gente che cammina e fuma. Mio zio, come al solito, è arrivato in ritardo. Non importa, stasera, come ogni sera, la sera inizia quando le serrande scendono e la gente non esce di casa. Sarà perché’ ci sono troppi ristoranti vicini e il fornitore è uno. Sarà perché a mio zio, il nuovo cuoco che parla spagnolo non è mai andato giù. Sarà perché questo nuovo coltello luccica così tanto sotto la luce rossa. Stona quasi con il nero dei muri e dei bagni, con i muri neri e i bagni neri, che sgocciolano. Strano, non è ancora arrivato nessuno. 

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